Avete presente quanto sia pesante sopportare il peso emotivo di sentirsi considerati "finti", quando in realtà è proprio l'opposto?
Sì, è pesante, ma non dovremmo farci prendere dalla tentazione della rabbia. La rabbia non aiuta né noi, né chi la pensa in quel modo. C'è infatti un'alta probabilità che chi ci giudica sia semplicemente confuso, specialmente a causa della cultura in cui viviamo, fortemente incentrata sul materialismo.
Questo mondo basa l'essere su come si appare agli altri, sul corpo, e non riesce – ahimè – a vedere oltre il velo, più in profondità. Complici i tempi frenetici che ci distraggono, non ci sono mai il tempo e l'energia per soffermarsi. Di conseguenza, dal mio punto di vista, si cade in due opposti errori: o si semplifica chiamando tutti al neutro e storpiando la lingua italiana, o, di contro, si pretende che solo il corpo biologico rappresenti chi sei. Convenzioni che, come ho scritto nel post precedente, sanno decisamente di verdura scongelata.
Quindi, se una persona cerca di allineare la sua superficie alla sua profondità, non sta barando: sta compiendo un atto di trasparenza. Lo fa in modo che anche la persona meno attenta e più legata alle convenzioni riesca a vederla per quello che è davvero, pur continuando a usare un sistema di valutazione superficiale.
Eppure, in questo mondo materialista, assistiamo a un incredibile capovolgimento della realtà: una persona trans può essere spacciata per "falsa" solo perché sta cercando il guscio esterno che corrisponda alla sua essenza.
Riflettiamoci molto. Questa questione va ben oltre il tema che coinvolge noi persone trans; delinea l'atteggiamento superficiale di una civiltà che – si spera – possa presto evolversi, lasciando spazio a una maggiore profondità e verità in ogni ambito della vita.